Questa è una storia da raccontare

di Raffaela Russo

Il 13 gennaio è arrivato il nuovo disco “Apriti cielo” ora il tour, sold out partito dal Palalottomatica di Roma. C’eravamo anche noi ed è stato un tripudio di emozioni, tre ore  tra blues e musica sudamericana.mannarino-tour-2017-fb1-1200x1200-copia

Una festa, tra amici nonostante il successo ottenuto in questi anni, lui non è cambiato. Sul palco Mannarino canta sia i brani diventati i suoi classici, sia le canzoni del nuovo album ‘Apriti Cielo’ fino alla fine, per far contenti tutti nessuno escluso. La sincerità paga sempre e il pubblico di Mannarino questo lo sa. Partito da San Basilio, periferia di Roma. La prima poesia a 7 anni, la sua maestra gli chiede di portargliene una ogni giorno e così è stato. A 16 anni, studente al Liceo classico, è un’adolescente sbandato i suoi lo costringono in casa, regalandogli però una chitarra. Alessandro compone di notte e intanto studia Antropologia, si laurea ma accanto a se ha un uomo, suo nonno, ex partigiano che adorava Trilussa, e credeva profondamente in lui.

Oltre alle sonorità di folk romanesco si vola in sudamericana e quello che lasciano trapelare i testi traccia dopo traccia è la profonda esigenza di libertà. L’umanità è in fuga.

“il samba è una tristezza che balla. Io volevo proprio questo”.

Durante il concerto vi ritroverete a ballare e riflettere di nuovo a cantare a squarcia gola, tra un mendicante e una prostituta,dal “Bar della rabbia”, con barboni, ubriaconi, pagliacci, emarginati della periferia di Roma fino ad arrivare “al Monte”. Il Caravaggio della musica italiana( così in molti lo hanno definito) smania faticosamente sul suo quadro a tinte forti, critica, urla e che decanta gli ultimi cerca la verità nei volti che incontra lungo la sua strada senza paura alcuna.

Mannarino ritornerà live nella capitale il 6 luglio al ROCK IN ROMA, terza data romana. Il tour proseguirà per tutta l’estate con nuovi attesissimi appuntamenti dal vivo tra luglio e settembre, facendo tappa anche al Sud Italia.

Festival di Sanremo 2017: ascolta le canzoni e leggi commenti e pagelle.

di Armando Castellano

 

Si è conclusa da poco l’edizione numero 67 del Festival di Sanremo e come sempre si iniziano a tirare le somme di quello che, come ogni anno, è l’unico evento,al pari dei Mondiali di calcio, in grado di catalizzare l’attenzione degli italiani.

Inizio col dire che questo festival è stato  confezionato davvero in maniera impeccabile da Carlo Conti in veste di Direttore Artistico: dinamico, variegato e soprattutto attento alle tematiche sociali.

La presenza degli invisibili, dalla band “I Ladri di Carrozzelle” (gruppo musicale composto da ragazzi e ragazze affetti da disabilità che alla vigilia del Festival,tra l’altro, ha perso un componente per suicidio) fino a coloro che lavorano in prima linea per aiutare i terremotati (protezione civile e vigili del fuoco in primis), spesso dimenticati dai mass media.

L’impegno nel sociale di Conti è conosciuto ai più, ma non è semplice sfiorare argomenti delicati come questi senza cadere nel retorico e banale, puramente per questioni di share; nonostante la complessità, le toccanti storie sono scivolate via con la giusta attenzione e leggerezza.

Tra gli ospiti da segnalare Tiziano Ferro, esibitosi con la cover di Tenco “Mi sono innamorato di te” e con i primi due singoli estratti dal nuovo album; Paola Cortellesi e Antonio Albanese per la presentazione del loro nuovo film in uscita nei cinema italiani; Mika con un medley dei suoi successi e il suo bellissimo discorso sul razzismo e le differenze; Robbie Williams, non per il bacio a stampo con la De Filippi, ma per la sua bella performance; Diletta Leotta (ma chi?), giornalista sportiva della piattaforma Sky, che sale sul palco dell’Ariston con un vestito (che ha scaturito non poche discussioni) inadatto ad una persona invitata sul palco per parlare di cyberbullismo.

 

L’edizione dei record, come ci teneva a sottolineare giustamente mamma Rai, è stata una buona vetrina per tutte le sfumature della nostra società, con le giuste attenzioni verso i più deboli e coloro che, solitamente, non fanno notizia.

Ma passiamo alla gara vera e propria iniziando da un appunto sui Giovani: non credo che abbia vinto la canzone migliore, per me le migliori erano state già (ingiustamente) eliminate nelle serate precedenti. Perché? Credo che la risposta sia da ricercare nella scarsa attenzione degli italiani nella comprensione di testi e i messaggi presenti nei brani. Pensate davvero che Gabbani abbia vinto perché chi ha ascoltato la canzone ha capito anche il relativo testo? Non credo. Siamo ormai fruitori di musica usa e getta e che dopo un po’ tende a seccarci. E’ successo lo stesso con “Vieni a ballare in Puglia” di Caparezza d’altronde: un tema forte come quello dei morti sul lavoro e sull’Ilva di Taranto, interpretato dalla massa come canzoncina estiva da ballare e canticchiare quando in realtà lo scopo era molto più elevato.

Per compilare le pagelle ho voluto attendere un giorno in più, per permettermi di riascoltare le canzoni e attendere qualche dichiarazione dei cantanti in gara riguardo le loro fatiche presentate all’Ariston.

 

NESLI E ALICE PABA, “DO RETTA A TE”: VOTO 4.     Di Francesco Tarducci, Orazio Grillo

Una canzone banale, vecchio stile e non nelle corde di Nesli.

RAIGE E GIULIA LUZI, “TOGLIAMOCI LA VOGLIA”: VOTO 3.     Di Alex Vella, Antonio Iammarino, Luca Chiaravalli, Sergio Vallarino

Somiglia molto a quelle canzoni inedite che si ascoltano nelle fiction Rai, in cui, immaginate la scena, il protagonista di turno si accinge a cantare sul palco con l’amica che è in ritardo ma entra a sorpresa, a canzone iniziata, tra gli applausi del pubblico. In più l’aggravante è il rap piacione per attirare giovani.

GIUSY FERRERI,”FA TALMENTE MALE”: VOTO 5,5.      Di Paolo Catalano, Fabio Clemente, Roberto Casalino, Alessandro Merli

Il testo è un po’ retorico ma la base è piacevole e sicuramente radiofonica, un ritorno alle origini per la Ferreri. Di sicuro meritava più di altri di raggiungere la finale di sabato.

RON, “L’OTTAVA MERAVIGLIA”: VOTO 5.     Di Rosalino Cellamare, Mattia Del Forno, Francesco Caprara, Emiliano Mangia

Non è la miglior canzone di Ron, ma presentarla al Festival per lanciare il suo album di inediti, cantati insieme ad altri colleghi, il cui ricavato andrà interamente alla ricerca per la SLA è di certo un nobile intento.

AL BANO, “DI ROSE E DI SPINE”: VOTO 5,5.     Di Maurizio Fabrizio, Katia Astarita, Albano Carrisi

Vincitrice del premio “Miglior arrangiamento”, questa canzone non si discosta molto dallo stile di Carrisi, ma di certo non è una delle sue (solite) canzoni presentate nelle più recenti avventure sanremesi del cantante pugliese.

GIGI D’ALESSIO, “LA PRIMA STELLA”: VOTO 6.   Di Luigi D’Alessio

Arriviamo alla sufficienza con Gigi D’Alessio, lasciando da parte le simpatie o antipatie a riguardo, che merita almeno un ascolto per un testo dedicato alla madre scomparsa e decisamente intimistico. In questo Sanremo mi ritrovo d’accordo con lui anche per le parole spese contro la cosidetta Giuria di qualità che realmente di interpretazione della qualità musicale ha ben poco. Inserite dal prossimo anno chi capisce realmente di musica e non chi viene chiamato solo perché definito fashion o fighettino milanese.

CLEMENTINO, “RAGAZZI FUORI”: VOTO 4.   Di Clemente Maccaro, Fabio Bartolo Rizzo, Pablo Miguel Lombroni Capalbo, Stefano Tognini

Sinceramente? Basta con questo rap forzato e di “periferia”. Esistono altre forme di comunicazione musicale oltre al rap e dopo tanti anni di bombardamento mediatico, ormai il rap italiano non ha più nulla da dire se non parolacce e frasi retoriche.

ALESSIO BERNABEI, “NEL MEZZO DI UN APPLAUSO”: VOTO 5.    Di Roberto Casalino, Dario Faini, Vanni Casagrande

Canzone piaciona e orecchiabile, ma non come quella presentata lo scorso anno. Tipica musica che apprezzano i discografici per vendere qualche copia ed entrare in rotazione radiofonica.

CHIARA, “NESSUN POSTO E’ CASA MIA”: VOTO 3.    Di Niccolò Verrienti, Carlo Verrienti

Non ci siamo proprio. Sembra che faccia sempre le stesse canzoni ripetute nei vari Sanremo.

MARCO MASINI, “SPOSTATO DI UN SECONDO”: VOTO 7,5.    Di Marco Masini, Diego Calvetti, Sergio Vallarino

Masini è una certezza: moderno, bel testo e grinta.

LODOVICA COMELLO, “IL CIELO NON MI BASTA”: VOTO 2.     Di Federica Abbate, Antonino Di Martino, Dario Faini, Fabrizio Ferraguzzo

Fa il verso ad Elisa ma non sa neanche come farlo. Sarebbe stato meglio lasciare spazio a qualcun altro in gara tra i Big.

MICHELE ZARRILLO, “MANI NELLE MANI”: VOTO 6,5.    Di Michele Zarrillo, Giampiero Artegiani

Un testo alla Zarrillo, che parla d’amore, ma orecchiabile.

SAMUEL, “VEDRAI”: VOTO 8.     Di Samuel Umberto Romano, Riccardo Onori, Christian “Noochie” Rigano

Una bella canzone ritmata, meritava più attenzione ma sicuramente avrà modo in radio e nelle classifiche di sgomitare nelle zone più alte.

BIANCA ATZEI, “ORA ESISTI SOLO TU”, VOTO 6,5.    Di Francesco Silvestre

Si sente l’impronta dell’autore, ma cantata da una donna risulta meno urlata e sicuramente più piacevole.

ELODIE, “TUTTA COLPA MIA”, VOTO 4.    Di Emma Marrone, Oscar Angiuli, Giovanni Pollex, Francesco Cianciola

Prodotto dei talent e una voce come tante. Passa inosservata.

FABRIZIO MORO, “PORTAMI VIA”, VOTO 7,5.    Di Fabrizio Mobrici, Roberto Cardelli

Uno dei migliori autori italiani. Meritava di più nella classifica finale.

SERGIO SYLVESTRE, “CON TE”, VOTO 5,5.    Di Giorgia Todrani, Stefano Maiuolo, Sergio Sylvestre

Bella voce, bella canzone scritta con Giorgia, ma non riesce a convincermi fino in fondo.

PAOLA TURCI, “FATTI BELLA PER TE”, VOTO 7,5.    Di Paola Turci, Giulia Anania, Luca Chiaravalli, Davide Simonetta

Bella canzone, mi aspettavo di vederla sul podio.

 

MICHELE BRAVI, “IL DIARIO DEGLI ERRORI”, VOTO 6,5.    Di Federica Abbate, Giuseppe Anastasi, Cheope

Brano carino ma penso per lui, come per altri giovani in gara, che dovrebbe tirare fuori il ritmo e l’energia che questa canzone non possiede. Comprendo le riflessioni e l’intimità di certi brani, ma ascoltare alcune atmosfere come questa è un po’ deprimente.

 

ERMAL META, “VIETATO MORIRE”, VOTO 7,5.   Di Ermal Meta

Il testo intenso in cui si parla di un argomento delicato come la violenza domestica merita molto ed è giustamente stato premiato dalla critica, ma il terzo posto finale credo lo meritassero altri brani in gara.

FIORELLA MANNOIA, “CHE SIA BENEDETTA”, VOTO 7.   Di Erika Mineo, Salvatore Mineo

La testimonianza più recente che i bookmakers portino tanta sfiga. Meglio sempre non partire favoriti. Per quanto riguarda la canzone, carina, ma già ascoltarla più volte mi ha stancato. Non sono d’accordo col secondo posto.

FRANCESCO GABBANI, “OCCIDENTALI’S KARMA”, VOTO 9.   Di Francesco Gabbani, Filippo Gabbani, Fabio Ilacqua, Luca Chiaravalli

Non ho messo un voto così alto per salire sul carro del vincitore, ma sin dalla prima serata ero convinto che questo brano avesse tutte le carte in regola per la vittoria: ironia, simpatia e ritmo. Questa è l’unica canzone in gara a sollevare di un livello questo Sanremo 2017 e come è giusto che sia ha vinto.

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONE DEL NUOVO ALBUM DI TIZIANO FERRO “IL MESTIERE DELLA VITA”.

di Armando Castellano

A cinque anni di distanza dal precedente album di inediti (“L’amore è una cosa semplice”) torna  Tiziano Ferro. E’ uscito venerdi’ 2 dicembre 2016 “Il mestiere della vita” composto da tredici brani di varia natura ma collegati per gran parte da basi elettroniche: sono presenti ballate, mid-tempo e up-tempo.

Chi attendeva una raccolta più vicina alle sonorità tipiche della musica leggera italiana, che proseguisse il percorso del precedente disco di inediti, potrebbe esserne deluso.

Tiziano Ferro fortunatamente ha deciso di prendere le distanze dallo stampo “Made in Italy” e chissà se inconsciamente il primo pezzo, scritto in collaborazione con Baby K, non parli proprio della frattura con la precedente raccolta.

La “fine di un capitolo”,menzionando le parole presenti nella sopracitata canzone, potrebbe riguardare molte sfaccettature del mondo del cantautore di Latina:

– la chiusura del contratto con la casa discografica Emi nel 2011 (divenuta parte del gruppo “Vivendi Universal” assieme a Universal Music, Warner Music e Sony Music) e la firma di un contratto di collaborazione editoriale con la Sugar di Caterina Caselli;

– la frattura con le sonorità dei due dischi precedenti che erano decisamente più acustici e meno artificiosi, anche se il cantante pontino parla del primo singolo “Potremmo ritornare” come del diretto discendente di “Alla mia età”;

– il cambio di residenza dalla grigia Londra al sole di Los Angeles;

– il ritorno alle abitudini passate di scrivere canzoni di getto e senza avere la pressione delle scadenze contrattuali.

E’ proprio questo il punto fermo di tutte le canzoni.

Ci troviamo di fronte ad una serie di brani coraggiosi e allo stesso tempo intimistici e freschi scaturiti dal contenuto piuttosto vicino a “Rosso Relativo” e “Centoundici” e non mi riferisco alla musica che trascina le parole ma mi riferisco alla composizione: le parole si fanno più personali e vissute rispetto a testi per la maggior parte generici che troviamo in “Alla mia età” e in “L’amore è una cosa semplice”.

E’ qui che sta la differenza con gli altri cantautori italiani: solitamente più passa il tempo e più la scrittura tende a diventare banale e priva di personalizzazione, mentre questo album sembra quasi l’erede del suo secondo lavoro in studio.

In realtà potrebbe essere definito il terzo capitolo della carriera di Tiziano Ferro e non il secondo, come tiene a sottolineare lo stesso Ferro:

– “Rosso Relativo” e “Centoundici” raccoglievano le problematiche sentimentali, psicologiche e fisiche di un ragazzo che si trovava ad un bivio tra l’adolescenza (si, perché secondo recenti studi la fase adolescenziale terminerebbe a 25 anni) e l’età adulta e quella ricerca di identità che caratterizza un po’ tutti alla soglia del quinto anno di scuola superiore;

– “Nessuno è solo” e “Alla mia età” invece sono album di transizione che si discostano dai precedenti per sonorità, pur sempre con qualche richiamo (vedi “Stop dimentica”), ma nei testi restano sulla loro scia;

– “L’amore è una cosa semplice” somiglia a quanto di più simile alla musica leggera italiana, di quella buona ovviamente, da esportazione, ma iniziamo a trovare testi di chi vive domande esistenziali tipiche dei trentenni e Ferro fa più riferimento alla sua generazione che a se stesso;

– Questo è l’album della terza fase, quella della maturità, della consapevolezza e della padronanza delle tempistiche di scrittura e di revisione in studio dei brani, cosa davvero vicinissima a quelle canzoni che lo hanno reso famoso in mezzo mondo.

Ecco cosa rappresenta il nuovo album: il ritorno alla freschezza e all’ ingenuità del passato remoto della discografia del cantautore di Latina.

Iniziando dalla copertina che a detta di chi l’ha realizzata rappresenta il cammino onirico e vissuto di Ferro attraverso le allegorie delle figure presenti: Los Angeles sullo sfondo, un elefante che rappresenta nell’interpretazione dei sogni l’idea di forza (in questo caso si suppone si tratti della forza interiore di Ferro), un aereo che sorvola la città simbolo dei numerosi viaggi del cantante, ad esempio quelli effettuati nel periodo in cui studiava in Messico e prendeva aerei costantemente per restare in pari con gli esami universitari, e molte altre metafore,  la scelta di collaborare e fare da mentore a giovani autori (Emanuele Dabbono su tutti che firma “Valore assoluto”, “Il conforto” e “Lento/veloce”) e quel bisogno di isolarsi dal caos e dallo stress pur restandoci dentro, vedi la scelta di trasferirsi a Los Angeles per proseguire la collaborazione con Michele Canova ,trasferitosi lì, produttore dell’intero album.

TRACKLIST:

EPIC: il tono ”epico”, come da titolo, per annunciare un cambio di rotta. “Una vita in bilico, un libro epico, fine primo capitolo”.La canzone scritta da Baby K e Tiziano Ferro sa di pezzo autocelebrativo molto diffuso nel rap nostrano.

“SOLO” E’ SOLO UNA PAROLA: nel libro “Trent’anni e una chiacchierata con papà” ad un certo punto Ferro esordisce con “forse l’uomo non è proprio un animale solitario”.   Questa potrebbe essere stata una sensazione passeggera causata dalle emozioni contrastanti di quel periodo della sua vita, perché in realtà ribadisce più volte nelle interviste che lui ha bisogno di stare solo e assorto nei suoi pensieri (“ti piace stare solo ma a me molto più di te”).

IL MESTIERE DELLA VITA: veniamo alla title track. Una canzone che tratta del rapporto con un’altra persona, dei sogni lasciati a metà, del desiderio del ritorno (“Se vuoi tornare ok…torna davvero perché se torni tu io ritornerò com’ero”) e del desiderio di pace (“lascia che sia il mestiere della pace”)

VALORE ASSOLUTO: a detta di molti questa è la canzone più bella dell’album, io non la ritengo la migliore perché, come accade negli album degni di questo nome, non ci sono canzoni che emergono, ma è l’interezza dell’album ad emergere. Siamo troppo condizionati dalle singole canzoni e dalla ricerca di immediatezza che non abbiamo più la pazienza di ascoltare, dall’inizio alla fine, un album ben scritto e prodotto. Scritta insieme a Emanuele Dabbono.

IL CONFORTO: ecco il duetto con Carmen Consoli che, a dir la verità, mi ha stupito sul piano musicale, ma non su quello del duetto in sé. Pur venendo da mondi cantautorali simili, non avrei mai visto un duetto tra i due su un testo ricco di pathos. Ho dovuto ricredermi. Questo secondo singolo funziona e le due voci sono perfette insieme. Scritto da Emanuele Dabbono con Tiziano Ferro.

LENTO/VELOCE: ritornello fresco e pop, la base musicale è più spinta e il ritmo incalzante, tanto da essere già stato bollato da molti come tormentone estivo (7 mesi prima dell’inizio dell’estate, quanto corre la stampa italiana!). Scritta da Emanuele Dabbono con Tiziano Ferro.

TROPPO BENE (PER STARE MALE): parole di perdono per un amore che è troppo tardi da recuperare, perché ormai chi lo ha vissuto sta troppo bene per tornare indietro. La musica pur accompagnando un testo riflessivo è concitata e ritmata al punto giusto per coprire un effetto ballata che avrebbe spezzato il ritmo del disco.

MY STEELO: altro duetto, stavolta con Tormento dei Sottotono. In tv, nel panorama musicale, nel mondo del cinema, stiamo rivivendo un rewind degli anni ’90 e non poteva mancare nell’album un tuffo in quegli anni in cui Tiziano Ferro era sconosciuto ai più e accompagnava i Sottotono in tour nel ruolo di corista. Sicuramente da elogiare questo pezzo di vita portato dopo anni in musica con affetto e stima reciproca dei due artisti, visto che molti cantanti preferiscono omettere o dimenticare gli esordi, anche se secondari.

POTREMMO RITORNARE: non riguarda la fine di un amore, come sottolineano i tipici giornalisti musicali italiani per i quali conta più il gossip della musica (Sanremo docet). E’ la storia di un’amicizia o, come l’ha definita Ferro, “una relazione, perché le relazioni non possono riguardare unicamente la sfera amorosa, ma l’amore è un’attitudine universale”

ORA PERDONA: forse un’altra riflessione riguardante un rapporto di amicizia e di quanto sia difficile recuperarla data la distanza (Los Angeles-Latina?). Intima ma orecchiabile e ritmata.

CASA E’ VUOTA: una delle mie preferite dell’album. Adattamento italiano di un brano scritto da autori statunitensi con cui Ferro (che firma il testo italiano) ha collaborato.

LA TUA VITA INTERA: forse la mia preferita dell’album. La base elettro mai invadente diventa tutt’uno con la voce calda del cantante di Latina.

QUASI QUASI: non posso farci nulla ma più la ascolto e più mi convinco che sia la “Temple bar” di questo disco. Il brano, presente in “Centoundici”, è jazz, ma in “quasi quasi” rivedo quell’andatura riflessiva che la rende più somigliante di quanto possa apparire.

Il nuovo di Tiziano Ferro non è un album semplice e facilmente comprensibile ad un primo ascolto.Consiglio quindi di ascoltarlo una seconda volta per intero e vedrete che inizierà a girare meglio. E’ un insieme di collaborazioni, evoluzioni e passi avanti che raramente si intravedono sul pianeta musicale italiano. E’ un nuovo stacco e una rilettura metrica e compositiva molto simile a quello che fece nel (non troppo) lontano 2001 con “Rosso Relativo”.

In basso il link de “Il mestiere della vita” su Spotify, e più in basso il video di una performance live dei Sottotono in cui è presente Tiziano Ferro nelle vesti di corista.

Buon ascolto.

 

Moby il nuovo video che dovrebbe farci riflettere.

di Armando Castellano

È uno dei massimi esponenti della musica ambient/elettronica/pop.
I suoi maggiori successi li abbiamo ascoltati tra la metà degli anni ’90 e gli inizi del nuovo millennio; chi di noi non conosce”Lift me up”, “Porcelain”,  “We are all made of stars” e tanti altri pezzi che lo hanno reso famoso? 

L’artista newyorkese Moby, classe 1965, tira fuori dal cilindro un’altra perla,sia musicale che visiva, con il video del nuovo singolo (caricato su YouTube il 18 ottobre) dal titolo “Are you lost in the world like me?” .

L’illustratore Steve Cutts (autore dei disegni) si ispira all’animazione della prima metà del novecento per rappresentare al meglio il peggio (l’ossimoro ci stava) della nostra società, ormai condizionata dall’uso smisurato dello smartphone e della virtualità .

Nella clip possiamo notare personaggi alla ricerca del selfie perfetto,  altri che chattando utilizzano smile sorridenti ma nella realtà il loro umore è esattamente l’opposto , oppure il bambino protagonista che assiste ad un mondo inerme bloccato dallo schermo di un telefono e che non reagisce ,se non passivamente, dinnanzi agli avvenimenti tragici che si manifestano.

Il video in basso va assolutamente visto con attenzione perché non può far altro che risvegliare in noi il buonsenso e la sensibilità che questa società,che si definisce avanzata, ha ormai perso da tempo.

Raphael Gualazzi e quel tormentone da outsider.

di Armando Castellano

 

 

Le radio possono essere maledette: lavorano sul tuo inconscio mentre guidi, lavori, prendi il sole in spiaggia e ti lasciano dentro quel motivetto incessante, di quelli che se ti svegli di notte e disgraziatamente ci ripensi puoi anche dire addio agli ultimi tentativi di prendere sonno.

E’ un po’ quello che mi è successo con “L’estate di John Wayne” di Raphael Gualazzi.

Mesi e mesi di stress mediatico tra pubblicità Algida e ospitate varie per J.Ax e Fedez con “Vorrei ma non posto” (un motivetto pieno di luoghi comuni patetici), tormenti amorosi per Alvaro Soler con “Sofia” (per carità, fresca, estiva quanto volete, ma dopo un po’ la fischietti solo perché ti viene automatico) e tanti altri pezzi riciclati dalle classifiche invernali, e poi ti arriva come un fulmine a ciel sereno lei, la canzone di Gualazzi che ti fa pensare: finalmente un pezzo uscito il 15 luglio, fresco, leggero, pop ma non tamarro.

Ve la lascio gustare, sperando che possa prevalere in radio sul tipico pop mainstream nostrano, in basso il video, buon ascolto.

 

 

Calcutta – Oroscopo: il nuovo singolo

Di singoli estivi imbarazzanti ne abbiamo ascoltati a bizzeffe, in primo luogo da interpreti italiani che nonostante tutto continuano sempre a riprovarci.

Ma chi lo dice che cantautori come Calcutta non possano sfornare hits, magari con un suono reggae di base?

Spero che le radio decidano di rifugiarsi in questa novità, accantonando Enrique Iglesias, Alvaro Soler e altri interpreti che oramai sono l’incubo delle nostre estati.

In effetti sembra scontato e monotono dover canticchiare ritornelli spagnoli come quello di “Bailando” e “El mismo sol” e non cantare, magari alla luce di un falò sulla spiaggia, “…Perché non mi ricordi nessuna guagliona, una cassa che suona, una casa che brucia, tutta la notte, tutta la notte. Ma io mi ricordo una scritta sul muro un rullo, un tamburo, una danza kuduro tutta la notte, tutta la notte…”.

In basso il video ufficiale e l’ascolto streaming tramite Spotify del singolo Oroscopo uscito esattamente nella giornata di oggi 13 Maggio 2016.

 

 

 

– Armando Castellano –

The giornalisti: questione di sigarette fino alle sette

Dopo due dischi passati quasi del tutto inosservati, con “Fuoricampo” i Thegiornalisti sono riusciti a conquistarsi una buona fetta di pubblico.Tommaso Paradiso voce e anima del gruppo dallo stile vintage ( lo si vede dal modo di vestire) si fa strada in una Roma già colma di grandi voci. I primi due dischi hanno prodotto tracce come “Fine dell’estate” e “promiscuità” testi dal sapore malinconico che ricordano Dalla.

Testi melanconici, atmosfere anni 80 e quel nome Thegiornalisti che fa pensare a storie reali, racconti veri proprio come un giornalista dovrebbe fare. L’uomo inteso quale animale sociale e social in preda alle nuove tecnologie, è costantemente al centro dei loro testi.  la divulgazione e la comunicazione ha però un grosso vantaggio, quello commerciale di propaganda. Grazie ad internet il nome dei Thegiornalisti è rimbalzato da una pagina facebook ad un’altra. Il singolo “tra la strada e le stelle” uscito una settimana fa è il più ascoltato.

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Raffaela russo